Il Professore

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31 luglio 2007

Pochi lo sanno ma le coppie che aspettano un figlio hanno molte probabilità di avere a che fare indirettamente con “Il Professore”, come tutti lo chiamano a Busto Arsizio nel laboratorio di citogenetica dove da molti anni è direttore scientifico di uno staff di oltre 50 tra biologi e ricercatori.
È lui che in Italia ha eseguito, tra i primi, analisi basate sull’isolamento e sull’osservazione dei cromosomi volte ad individuare eventuali patologie del nascituro.
A quei tempi (erano gli anni settanta) lo si poteva fare solo a partire dalla diciassettesima settimana di gravidanza e su materiale proveniente da liquido amniotico (quello che avvolge il feto durante la gravidanza) ma grazie ad una sua scoperta, datata 1983 e comunemente nota come: “analisi dei villi coriali”, oggi è possibile, in tutto il mondo, svolgere la stessa indagine a partire dall’undicesima settimana.
È stato direttore del laboratorio di citogenetica della clinica Mangiagalli di Milano prima e dell’Ospedale San Paolo poi e Docente di genetica medica presso l’Università degli studi di Milano E’ oggi in prima linea nella ricerca volta all’isolamento delle cellule staminali da liquido amniotico.

Professore, ma è vero che Lei è anche un Geometra?

(Ride) Come lo ha scoperto?

Non glielo dico

Comincia così l’incontro con uno di quei rari uomini che hanno il pregio di saper illustrare con parole semplicissime concetti assai complessi
Deve capire che io mi sono diplomato nel 65, e allora era un pensare comune che il liceo non garantisse una professione; che obbligasse, in un certo senso, a frequentare l’università.
Era più diffuso un senso pratico che suggeriva di scegliere un percorso formativo che garantisse una professione.
Seguendo questa logica, con mio padre, abbiamo deciso così.

E poi?

E poi, per fortuna, a casa non c’erano problemi e mi è stato consentito di proseguire gli studi.
Anche in quel caso fu determinante l’epoca in cui si viveva. Le facoltà tra le quali potevi scegliere erano funzione del diploma che possedevi.
Tra quelle che erano a mia disposizione la facoltà di scienze era quella più interessante per me e così sono diventato un biologo.

Biologo è una definizione precisa ma ancora vasta, Lei in particolare si occupa di indagini sui cromosomi ed ancora più in dettaglio di diagnosi pre e post natali, di nuovo una scelta dettata dai tempi?

In un certo senso si: erano tempi di contestazione studentesca e l’università si presentava in modo obsoleto, molte discipline non fornivano grandi prospettive per il futuro.
Tra le materie che lasciavano intravedere una prospettiva professionale c’era la genetica, si trattasse di medicina o di di agricoltura o, perché no, di industria, l’opzione fu per una maggiore opportunità di ricerca.

Per come è andata immagino rifarebbe tutte le stesse scelte

Rifarei senza dubbio il genetista, anche se c’è una mia parte che non ha avuto sfogo

Quale?

Quella alla quale piace occuparsi di Arte, di Storia, di Umanesimo.
Mi piacciono le stampe antiche, Aristofane ed Eschilo mi hanno affascinato, mi piace studiare l’arte rinascimentale e quella barocca, approfondire.

Non esisterebbe oggi una coniugazione tra le due cose?

Possono esistere degli agganci, per esempio la bioarcheologia, si occupa di tempi più remoti, con la storia più recente, dal medioevo in qua, è più difficile trovare una coniugazione.

A proposito di storia, mi racconta quella dei villi coriali?

Ma è una storia lunga..

Immagino... ma non mi lascio sfuggire l’occasione di sentirla raccontata dal protagonista

Ho iniziato ad eseguire diagnosi prenatali di malattie genetiche intorno al 1973 e lo strumento di allora era il prelievo di liquido amniotico che veniva eseguito tra la diciassettesima e la diciottesima settimana di gravidanza; dopodichè erano necessarie due o tre settimane per eseguire l’esame. Nel caso in cui si diagnosticava una sindrome (ad esempio la sindrome di Down) l’eventuale interruzione di una gravidanza cosi avanzata aveva conseguenze umane e psicologiche importanti.
Dal punto di vista della ricerca l’obiettivo era ridurre i tempi e una strada che non aveva trovato sbocchi applicativi era già stata indicata da gruppi di ricerca Inglesi e Americani. Era quella dell’utilizzo, per la diagnosi prenatale di frustoli di placenta o villi coriali che si possono prelevare già alla decima settimana di gestazione.
Americani e Inglesi non riuscivano a superare il problema della forte contaminazione di materiale materno che prendeva il sopravvento nella crescita delle cellule in vitro.
La scoperta che ha consentito di superare l’ostacolo è stata la messa a punto di un metodo di analisi diretta delle cellule già usata con successo nello studio del corredo cromosomico degli embrioni di topo la quale, debitamente modificata, si prestava allo studio dei cromosomi della placenta umana.
Fu così che nel 1983 Lancet (la più importante rivista scientifica indipendente del mondo ndr) pubblicò la prima diagnosi di anomalia cromosomica. Da allora sono state eseguite in tutto il mondo diversi milioni di diagnosi con questo metodo.

Pensando che non deve essere affatto male sapere che tutta l’umanità ti deve qualcosa, approfitto della consulenza..

Senta professore, negli ultimi tempi si è parlato di cellule staminali nel liquido amniotico, mi spiega anche questa storia?

La presenza di staminali nel liquido amniotico è nota dal 2003 e oggi, anche per ragioni etiche, è interesse di molti gruppi di ricerca, vengono pubblicati parecchi lavori ed alcuni di questi hanno avuto una eco maggiore.
Tutto ciò è positivo perché aiuta la ricerca ma non siamo di fronte ad una vera novità.

Ho letto sui giornali di qualche giorno fa che anche Lei si sta occupando di ricerca in questa direzione, ma non era una “scoperta” degli americani?

In realtà alla Toma Advanced Biomedical Assays di Busto Arsizio collaborando con la Biocell Center, sempre di Busto, da mesi stiamo selezionando e moltipilcando con successo questo tipo di cellule.
La nostra esperienza è più incoraggiante perchè nel caso che leggo sui giornali si parla della presenza di poche cellule, viceversa ce ne sono molte: in un solo cc di liquido amniotico si trova una grande concentrazione di cellule staminali.

Quali scenari si prospettano?

Lo scenario futuro è sempre difficile da descrivere perché necessariamente si deve dare spazio all’immaginazione.
Si può dire che conservando con opportune tecniche il liquido amniotico che viene prelevato per la diagnosi prenatale, ad ogni individuo potrebbe essere garantito un corredo personale di cellule da specializzare ed usare per la cura di eventuali patologie.
La grande differenza è che si tratterebbe di sue proprie cellule, il che garantisce, come si può intuire, una compatibilità perfetta.

Una specie di magazzino di pezzi di ricambio personale?

Qualcosa del genere, con una particolarità: i pezzi di ricambio che sono “in magazzino” come dice lei, non hanno ancora una funzione definitiva: opportunamente stimolati si possono trasformare in questo o quel “ricambio”, si possono specializzare.

Cioè diventano quello che ci serve per riparare il guasto specifico? Qualunque cosa?

Con qualche limite (mentre mi spiega disegna uno schemino su un foglietto per farmi capire meglio).
Nel liquido amniotico ci sono due tipi di cellule staminali: mesenchimali, dalle quali si possono ottenere pelle, muscoli, tendini, ossa, organi (polmone, cuore, fegato ecc), e nervose.
La possibilità è quella di specializzare delle cellule, di dare loro delle indicazioni per poi metterle in circolo in un organismo e queste, autonomamente, andranno la dove è necessario svolgere la loro funzione specifica.

Tra quanto sarà possibile praticamente?

È sempre difficile fare delle previsioni ma ragionevolmente possiamo dire che nei prossimi dieci anni si pubblicheranno diverse validazioni appllicative.

Veniamo al Lago Maggiore, Lei ha casa a Stresa, come è andata?

Io mi occupo della direzione scientifica della Toma Advanced Biomedical Assays di Busto Arsizio, un’azienda specializzata in diagnosi prenatale e occupandoci di gravidanze la clientela non va mai in ferie... anzi, nei mesi di luglio e agosto il lavoro si intensifica. Cosi ho pensato che trovare una casa per le vacanze nelle vicinanze mi avrebbe consentito di coniugare un po’ di ferie con la necessaria presenza in laboratorio ed ho pensato a Stresa, al Lago Maggiore.
Devo dire che sono soddisfatto della scelta, soprattutto la sera quando torno: è diverso tornare a Stresa piuttosto che a Pavia.

Non ha mai ricevuto un telegatto o un pallone d’oro... non è mai stato a “Porta a Porta”, ma frequentare il lago le è valso un riconoscimento.
So che l’anno scorso le è stata assegnata una “formica d’oro” del Vergante


Si è vero e mi ha fatto piacere, tra l’altro con me veniva premiato Renato Pozzetto ed eravamo seduti vicini al tavolo dei premiati.
È stato divertente, per la prima volta mi è sembrato di essere il coprotagonista in un film.

Qualcuno mi ha detto che lei è un intenditore di birra.

Lei sa troppe cose.. (ride)

È vero?

Ho imparato ad apprezzare la buona birra quando ero a Cambridge nel 1975. Ci ero andato per approfondire e migliorare l’inglese ospite di una famiglia che era la proprietaria di un pub.
Non lo frequentavo, ma la sera, quando rientravano i padroni di casa scendevamo in una cantina sotto la loro casa.
Tra una Pale Ale e una Guinness, che però loro avevano in botticelle, guardavamo una partita alla tv, quasi sempre del campionato italiano, o scambiavamo due chiacchere.

C’è una birreria di sua fiducia al lago?

Non so come si chiami adesso, ma per intenderci è l’ex irish bar a Stresa.
Poi sul Lago d’Orta c’è un birrificio, mi pare sia a Pettenasco ed inoltre, vicino alle grotte della Valganna è degna di nota la birreria Poretti.

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Il vero amore per la vita dal concepimento all'infanzia
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